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Prefazione libro Locanda Zanella

Cronache da Osteria

di Stefano Enzo

 

Una sera di qualche anno fa mi trovavo a cena alla Locanda Zanella e, come spesso tutt’ora accade, i due titolari mi raggiunsero al tavolo per il caffè.

Renzo, tra una chiacchiera e l’altra, iniziò a raccontarmi di un premio vinto. Gli avevano consegnato un libro prezioso rilegato e decorato a mano ma che, ahimè, riteneva troppo grosso da leggere. Andò quindi a recuperarlo e mi disse:

 

“O vostu ti? El xe beo sà, ma el xe  grosso da lezar.

Noialtri no gavemo tempo… ti che ti xe un mezzo inteletual… lezio ti no?”

 

Così, un po’ di tempo dopo, Renzo che riteneva tutti i libri sempre troppo grossi per essere letti,  assieme al fratello Luca e al figlio Marco si domandarono: “E perché no far un libro?” Detto fatto! Ancora una volta ecco che un’idea che poteva sembrare assolutamente lontana dai loro animi divenne realtà.

Questo aneddoto può sembrare ironico o dileggiante ma in realtà descrive il loro animo e, se vogliamo, l’animo pragmatico del Nordest, di persone con pochi fronzoli, vere, determinate e co tanta vogia de far ben.

Che si tratti di un libro, di un’osteria o di una bottega non importa. L’importante è lavorare con il giusto impegno e la giusta  risolutezza, testa bassa e sotto, anche duramente per la propria fortuna.

Nel giro di poco tempo il libro venne commissionato e si partì alla ricerca della storia della Locanda Zanella, la prima dimora ad offrire alloggio ai foresti.

Le pagine che seguono sono parte del nostro presente, raccontano un passato che non si esaurisce, che non è remoto, semplicemente dice chi siamo e da dove veniamo e ci svela le nostre tracce d’anteriore.

Il libro che tenete tra le mani si sviluppa in due parti distinte.

Valeria in un modo confidenziale e leggero, come se si trattasse di scambiare due parole in piazza, compone un mosaico di racconti dove affiora un forte legame affettivo con questi luoghi e queste persone.

Storie dedicate alle varie famiglie che hanno vissuto questa Locanda e che l’hanno resa unica.

Veniamo così trasportati in un sentimento di adesione al paesaggio, un paesaggio intimamente veneto-lagunare, fatto di colori diversi, di luoghi segreti e di improvvise ed inaspettate aperture verso l’inedito.

Piero invece ci racconta, in uno stile che può ricordare quello delle novelle del Boccaccio, la nascita delle prime attività della zona; vengono riportati avvenimenti tratti da documenti storici, episodi di liti, omicidi, amori e feste.

Ogni racconto è un pellegrinaggio verso le nostre radici, un momento per ritrovarsi, un’occasione per conoscersi. 

Storie paesane che fanno tornare alla mente scene del Caravaggio, suoni di fisarmoniche, calpestii di zoccoli di legno, nebbia, acqua e “vento de garbin”.

Emerge una sincera asprezza locale e un’istintività buffa dei protagonisti, gente comunque semplice e genuina.

Il destino ha portato a gestire la Locanda Zanella, struttura che anticipa la vocazione turistica di Cavallino-Treporti, proprio ai Mavaracchio. Dagli studi condotti da Piero Santostefano scopriremo all’interno del libro che la prima famiglia presente nel Litorale.

I Mavaracchio sono persone conosciute come sanguigne, passionali e dirette.

E infatti, per chi li conosce bene, Renzo e Luca sembrano una buona sintesi di queste credenze popolari. In più si aggiunge una particolarità che li caratterizza, ovvero la loro spontanea attitudine all’ospitalità.

Nella Locanda Zanella si respira un’atmosfera verace. Pescatori, commercianti, impiegati, uomini d’affari, contadini e paroni abitano la scena.

Renzo, Luca, Marco non possiedono molte parole, ma queste poche sono le loro, apprese e vissute in questa terra tra due acque.

I loro discorsi in treportino sono spontanei, veri e spesso arricchiti da qualche intercalare colorito. Ancora oggi quindi, come nel passato, un locale autentico ed esuberante. 

Non mancano però di una forte espressività. Come loro forma di comunicazione per eccellenza hanno scelto la cucina che, attraverso una grande passione, è diventa succulenta, abbondante e colorata, dalla creatività dei gusti eccentrici e un po’ stravaganti di Luca. Il giallo domina.

Gialla era la bici rialzata studiata per attraversare la piazza di Treporti con l’acqua alta in età adolescenziale; gialla la sua spider decappottabile negli anni ’90 guidata spesso con abiti fioriti che, abbinati alla macchina, contribuivano ad aumentare l’effetto sgargiante; gialla decorata con margherite bianche la sua tonante Custon

E così la loro diventa una cucina vivace, generosa, con aggiunte di piccoli tocchi originali e rigogliosa di prodotti locali.

Tutto molto coerente con la storia di questo posto e di questa struttura.

In futuro chissà… Mi sa tanto che ci sarà ancora una volta un Mavaracchio ai fornelli di questa dimora storica…

 

Marco Mavaracchio:

“Me fio Leonardo xe inamorà de so zio Luca, el deventa mato par star in cusina. Pensa che a fine giornada el se porta in leto pomodori, suchete e meansane…

te dirò, fin che xe verdure anca va ben, ma desso el vol portarse orae e branzini in leto… go risolto mettendo sotovuoto, ma no el xe tanto contento, no xe a stessa roba”

 

Non è possibile infine raccontare questa famiglia, questi due fratelli, senza spendere due parole sul calcio. Da ragazzi giocavano nella squadra del Treporti, era un tipo di calcio molto semplice, niente maglie personalizzate, esistevano numeri solo dall’1 all’11 e a volte le maglie non erano neanche tutte uguali.

Un calcio fatto da allenatori con idee semplici, niente diagonali, coperture preventive o ripartenze brevi. Lo schema era:

Portiere in porta, terzini sulle ale, centro campo turbiera e uno davanti come un canneto brolà.

Era un calcio in bianco e nero anche dal vivo, accompagnato da personaggi bizzarri che seguivano la partita direttamente dalle terrazze delle case Gescal.

Fatto di affari di mercato, scanditi da pagamenti in ortaggi o in damigiane di vino, dove le appartenenze erano quasi feudali. Gli scambi di calciatori con i vicini rivali erano molto complicati, difficili, non del tutto irrealizzabili per esempio col Cavallino, ma assolutamente impossibili con i cariòçca della laguna nord, i buranelli. Sì, andare giocare a Burano era praticamente impossibile.

Renzo ruppe questo equilibrio e diventò il primo prestito dato dalla società del Treporti al calcio Burano e, mescolando doti tecniche da Prà della Saccagnana, velocità e prestanza atletica da barena, si guadagnò la ribalta sull’isola.

L’amore per il calcio e per la squadra del paese non venne comunque mai dimenticato da parte dei due fratelli Mavaracchio, infatti qualche anno dopo decisero di acquisire la società del Treporti.

La fonte di ispirazione era il Milan degli anni ’90 cercarono di organizzare la società in maniera precisa, curando particolari, sostenendola, senza però dimenticare le origini di quel calcio d’altri tempi. Celebri infatti i discorsi motivazionali…

 

“domenega se non vinsè ve dago co a manera!”

 

Grande spirito di gruppo, terzo tempo in perfetto stile rugbistico, la domenica dopo la partita si mangiava e si mangia tutt’ora tutti assieme in Locanda.

Questo edificio con i suoi alti e bassi avvenuti durante la sua storia, oggi è sempre più dimora d’accoglienza, di prodotti locali, di genuinità, di laguna, mare e orti.   

 

La creazione del logo

Una forma inattesa … un “Folpo” come marchio…

 

Renzo: “Logotipo, cossa xe sto logotipo?”

Roberto Ciccio Gregolin:“El marchio Renso, el simbolo del vostro local!

Renzo: “Serve proprio sta roba?”

Roberto Ciccio Gregolin:“ “Ciò sì e cossa fazemo che so qua da queo che fa el rame per a spina del vin?”

Renzo: “Boh, no so fa un folpo e bona eà!”

Per mantenere questa schiettezza hanno pensato infine di affidare il compito di ridisegnare il marchio ad un amico con cui hanno condiviso molti momenti della loro vita.

L’obiettivo? Ridisegnarlo mantenendo intatto il legame con il passato, con la parte emozionale ed emotiva di tutto questo percorso creando una connessione con il presente e il futuro di questa attività.

Il nuovo “Logotipo” conserva il concetto iniziale del “Folpo”. Viene rinnovato con la scelta di guardarlo da un altro punto di vista, con occhi nuovi, immaginiamo il Polipo visto non più frontalmente ma da sotto come se fosse appoggiato su un vetro.

Le linee si semplificano, diventano più eleganti ma non perdono l’effetto rassicurante, formano linee sinuose composte da elementi tondi…. ah dimenticavo l’amico in questione sono io.

Stefano Enzo
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